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La ragione? La colonizzazione.

Vi sarà sicuramente capitato nel corso della vostra vita a Napoli e provincia, di chiedervi come fosse possibile che determinate persone o determinate zone dell’area urbana (che ricordiamo, idealmente, forma un continuum che va dalla provincia di Caserta fino a quella di Salerno, include tutta Napoli e provincia) fossero in condizioni sociali terribili. Non vi riuscite a spiegare il comportamento di certa gente. Il degrado di certi posti. E in generale le difficoltà che noi tutti abbiamo sotto gli occhi da tempo.

Non starò qui a fare un discorso lungo. Non stavolta. Voglio solo che la prossima volta che vi farete queste domande teniate a mente le seguenti citazioni:

La colonizzazione disumanizza l’uomo persino il più civilizzato; l’azione coloniale, l’impresa coloniale, la conquista coloniale, fondata sul disprezzo dell’uomo indigeno e giustificata da questo disprezzo, tende inevitabilmente a modificare colui che la intraprende; il colonizzatore che, per mettersi in pace la coscienza, si abitua a vedere nell’altro la bestia, si riduce a trattarlo come un’animale, tende oggettivamente a trasformarsi lui stesso in bestia.1

E io tante volte ho pensato che un uomo va trattato come uomo e non come una bestia e trattare un uomo come un uomo vuol dire farlo star pulito, in una casa pulita, mostrare simpatia e considerazione per lui e soprattutto dargli delle speranze per l’avvenire. Se questo non si fa, l’uomo, che è capace di tutto, non ci mette niente a diventare una bestia e allora si comporta come una bestia ed è inutile chiedergli di comportarsi come un uomo dal momento che si è voluto che fosse bestia e non uomo.2

Ricordatelo sempre: il colonialismo interno è alla base di molti degli apparentemente inspiegabili fenomeni sociali che caratterizzano la nostra terra. Troppo facile, per il regime, relegare tutto a «questioni ataviche». Non c’è nulla di inspiegabile. È che non vi vogliono dire la ragione.

  • 1  «La colonisation, je le répète, déshumaniste l’homme même le plus civilisé ; (…) l’action coloniale, l’entreprise coloniale, la conquête coloniale, fondée sur le mépris de l’homme indigène et justifiée par ce mépris, tend inévitablement à modifier celui qui l’entreprend ; (…) le colonisateur, qui, pour se donner bonne conscience, s’habitue à voir dans l’autre la bête, s’entraîne à le traiter en bête, tend objectivement à se transformer lui-même en bête.» – Discours sur le Colonialisme (1950), Aimé Césaire, éd. Présence africaine, 1989 (ISBN 2-7087-0531-8), p. 21
  • 2  La ciociara, Alberto Moravia, Bompiani, 2001.
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Napoli e Parigi, le vere capitali

Veduta del Palazzo Reale di Napoli

Veduta del Palazzo Reale di Napoli

«Napoli e Parigi: le sole due capitali»1 è la massima pronunciata da Stendhal nel 1817 con la quale Jean-Noël Schifano, scrittore ed ex direttore dell’Istituto Francese di Napoli, ha riassunto il suo ultimo lavoro ‘Dictionnaire amoureux de Naples’. Pubblicato in Francia e recentemente presentato a La Feltrinelli di Napoli, ‘Dictionnaire amoureux de Naples’ è un omaggio appassionato alla città della quale egli è cittadino onorario, un testo che presenta, sotto forma di brevi descrizioni storico-poetiche, una galleria di personaggi e luoghi collegati alla città: Dumas, Flaubert, Gemito, Pulcinella, San Gennaro, Maradona.

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  • 1  Quest’articolo è la traduzione di un articolo apparso in lingua inglese su ANSAMed a firma di Marco Cesario, nel 2007. Nonostante quest’articolo sia citato in diversi testi in giro per il web, l’URL originale non è più attiva. Fortunatamente, mi è stato possibile ripescarlo grazie a questa copia.
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L’indole dei napoletani

Via Costantinopoli, '700

Via Costantinopoli, '700

L’indole1 dei napoletani sembrerebbe essere stata giudicata erroneamente dai viaggiatori, i quali sembrano essere inclini a pensare che le classi più basse siano scaltre, rapaci, depravate e crudeli; mentre le più elevate ignoranti, scostumate e vendicative. Ciò, tuttavia, non è, in generale, vero. Le persone comuni sono di cuore, industriose, caritatevoli, e tuttavia passionali, così amanti delle facezie, che un uomo preso dalla più grande rabbia tollererà di venire placato con uno scherzo; e nonostante un napoletano a volte commetta un torto, un male, da un primo impulso di rabbia, egli non è maligno. Coloro tra le persone del popolo comune che si son mescolate molto agli stranieri sono esperte nel fare buoni affari e avide nell’estorcere denaro; ma coloro che hanno vissuto principalmente tra la propria gente non mostrano alcuna propensione del genere. E ciò che sembra indicare una buona indole è il fatto che sia possibile influenzare costoro con parole gentili, mentre un linguaggio scontroso mai fallisce nel vanificare il suo stesso scopo. Gli uomini di chiesa, di legge e dell’esercito sono ben istruiti: e in questa classe media è possibile trovare tante vere amicizie, tante persone eccellenti, tanti caratteri amabili, quanti in qualsiasi altra nazione: né vi sono esempi, tra la nobiltà, di mancanza di talenti, di erudizione, di virtù morale, nonostante tale sia stata, per un numero di anni, la natura del governo napoletano,2 tanto che persone con in dono il potere di distinguersi, raramente hanno osato esercitarlo.3

  • 1  Il testo di questo articolo è stato tradotto dal sottoscritto da Letters from Italy: between the years 1792 and 98, containing a view of the revolutions in that country, Mariana Starke, 1800; come citato in The fatal gift of beauty: the Italies of British travellers: an annotated anthology, Manfred Pfister, 1996.
  • 2  Su quest’affermazione è bene fare una nota: era vezzo (e credenza) dei governi inglesi tra fine ’700 e inizio ’800 dire male dei governi napolitani; infatti è da lì che partì la cosiddetta «campagna della negazione di Dio» del 1851, basata sulle affermazioni di Lord Gladstone, che eseguiva gli ordini di Lord Palmerston, un massone. Lord Gladstone, nel 1888 affermò poi pubblicamente che le carceri che lui considerava «la negazione di Dio» non le aveva mai nemmeno visitate e aveva inventato tutto. In realtà, alla luce dell’obiettività storica, anche storici inglesi oggi dicono tutt’altro del governo napoletano.
  • 3  E anche qui è necessario ribadire che, come affermato nella nota precedente, questa cosa non era molto vicina alla realtà. Ciò che veniva punito era il reato di cospirazione contro il governo. E nemmeno così duramente, visto che associazioni e sette poterono dilagare liberamente. Infatti, sarà proprio Luigi Settembrini a dire, dopo l’unità, in risposta agli studenti che si lamentavano dei provvedimenti statali miravano a danneggiare sempre e unicamente l’università di Napoli: «Bestemmiate la memoria di Ferdinando II, è sua la colpa di questo (…) se egli avesse impiccato noi altri, oggi non si starebbe a questo; fu clemente, e noi facemmo peggio».
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1973: epidemia di colera a Napoli. Perché sporca? FALSO.

Un’infamia terribile, un “simbolo” che ogni napoletano ancora si porta addosso, come marchiato a fuoco, come una  lettera  scarlatta. Un’ignominia che, ancora oggi, fa eco negli stadi di tutta Italia: «Napoli colera». A quasi quarant’anni dall’epidemia che mise in ginocchio i partenopei, scopriamo che, anche in quell’occasione, non ci fu detta tutta la verità. Naturalmente, a discapito dei cittadini di Napoli. 

Si fece persino riferimento  alle epidemie passate,1 volendo rafforzare l’idea dell’atavica sporcizia dei partenopei. Anche in questo caso, mentendo spudoratamente sulla storia e omettendo che, nel passato, in altre città italiane si moriva di peste, pellagra2 …e colera!3 Credo che tutti ricordiamo gli untori di manzoniana memoria. Ma non continueremo, in questa sede, a lamentarci per il consueto trattamento riservatoci dagli organi di disinformazione italiani, rischiando inutilmente di essere tacciati della tanto abusata «piagnoneria». Preferiamo passare alla narrazione dell’evento in sé, in modo da dare a chiunque la possibilità di farsi un’idea precisa sui fatti.

Napoli, foto d'epoca

Napoli, foto d'epoca

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  • 1  Sulle quali, anche, si è fatta tanta demagogia e si è sbizzarrita molto la fantasia dei pennivendoli di stato, che puntualmente dimenticavano di raccontare la situazione nel resto d’Italia, come — giusto un esempio fra tanti — con l’epidemia del 1835-1837, che arrivò da Londra e si sparse per tutta l’Europa.
  • 2  Solo nella seconda metà del Novecento si crearono le premesse per la sconfitta della pellagra nelle aree agricole dell’Italia settentrionale, con il cambiamento delle condizioni dei lavoratori dell’agricoltura e il miglioramento del loro regime alimentare.
  • 3  Sistematicamente nel 1835, 1884, etc. A quei tempi non risparmiava nessuno.
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Ecco a voi Margherita, la pizza colonizzata!

Più volte, di recente, ho pensato: «e se facessi un appello alla Associazione Verace Pizza Napoletana affinché cambino il nome della pizza Margherita?». Oppure: «quasi quasi scrivo una finta dichiarazione pubblica a nome dell’AVPN che dichiari di cambiare il nome alla pizza Margherita, così da farla diventare un viral».

Poi ho scoperto che non c’è alcun bisogno di cambiare il nome alla pizza Margherita: bisogna soltanto recuperare la sua vera storia.

Classica pizza Margherita napoletana, qui preparata a «I Decumani» a Via dei Tribunali.

Classica pizza Margherita napoletana, qui preparata a «I Decumani» a Via dei Tribunali.

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Olocausto Napoletano

È il 27 gennaio e tutti i wanna-be democratici d’Italia si apprestano, puntuali come sempre nel dimostrare la loro presunta grandezza morale, a commemorare il Giorno della Memoria, una ricorrenza istituita con tanto di legge dal Parlamento italiano «che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazifascismo». Giustissimo, per carità.1

Tuttavia voglio andare a toccare un argomento che purtroppo la maggioranza dei cittadini di questo paese ancora ignora. Infatti, le istituzioni di questo paese, prima ancora della pur doverosa commemorazione delle vittime del nazifascismo, dovrebbe occuparsi di ristabilire dignità e rispetto, e perché no, anche un po’ di verità: ricordare allo Stato tutto che se esso esiste è grazie anche all’Olocausto Napoletano.2

Lapide commemorativa in onore delle vittime napolitane posta all'interno del Forte

Lapide commemorativa in onore delle vittime napolitane posta all'interno del Forte di Fenestrelle (Torino)

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Da Napoli verso il futuro: Mercadante e Cherubini chiudono il Salzburg Whitsun Festival

Mentre Napoli viene trascurata da ogni forma istituzionale italiana e non fa altro che subire invettive e danni, la sua enorme eredità di grande capitale europea viene ancora portata all’estero con tutta la magnificenza che merita. Questa volta, grazie al maestro Riccardo Muti, napoletano.
L’articolo che leggerete è tradotto da From Naples into the Future – Finale with Mercadante and Cherubini di Walter Dobner.

Maestro Riccardo Muti al teatro di San Carlo

Maestro Riccardo Muti al teatro di San Carlo

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Uichilics

WikiLeaks. Vi starete già chiedendo: cosa c’entra ora parlare di WikiLeaks su questo blog dedicato a Napoli? No, non sono usciti file che riguardano Napoli in qualche modo. Non che io sappia, almeno.1 Ma il collegamento, seppur contorto e, a tratti, esoterico, c’è. Lasciatemi, dunque, divertire un po’.

Stemma della famiglia Rothschild

Stemma della famiglia Rothschild

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  • 1  E prontamente mi arriva una segnalazione 5 minuti dopo la pubblicazione di quest’articolo; una notizia che ho quasi vergogna ad aver mancato. C’è in effetti del materiale che riguarda Napoli nei file WikiLeaks e ovviamente non poteva che riguardare l’emergenza rifiuti.
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Il “neosud” più temuto della Lega Nord

Il “neosud” sta iniziando a esser delegittimato e screditato sempre di più, con un impegno tale che non ho mai visto profuso per fare lo stesso nei confronti della Lega Nord (che è difatti al governo). Eppure la delegittimazione del nuovo sud è oggi fatta in funzione del fenomeno leghista. Ma qual è la differenza tra i due fenomeni? Perché è inappropriato assimilarli? E soprattutto, cosa s’intende per neosud, termine che ho volutamente rubato a “La Repubblica”.

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«Questa è invasione, non unione, non annessione!»

Ancora una volta mi ritrovo sul tema dell’Unità. Ancora una volta, perché è importante che la gente sappia e l’abbia sempre bene in mente, poiché il medesimo atteggiamento descritto più avanti, adattato nel tempo, è stato perpetrato negli anni, fino ai giorni nostri.

Le parole nel titolo sono parte della mozione di inchiesta che il duca di Maddaloni, Marzio Francesco Proto Carafa Pallavicino, presentò al parlamento italiano il 20 Novembre 1861. Di seguito riporto un tratto saliente della mozione, così come citato da Antonio Ghirelli in Storia di Napoli.1

La guerra di invasione del Sud

La guerra di invasione del Sud


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  • 1  A. Ghirelli, Storia di Napoli, Einaudi, 2007 – p. 266
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