Le vite di Napoli

da Vincenzo il 26 settembre 2009 · 0 commenti

in Vita

Giovani ragazzi napoletani

Giovani ragazzi napoletani

Napoli ha tre vite, tutti i napoletani lo sanno. E credetemi se ve lo racconto, perchè io lo sono, sono nata qua. E chi meglio di un napoletano può parlarvi di Napoli?

C’è una Napoli bene. Quella Napoli che puoi incontrare a Via Chiaia, tra i negozi di Valentino e Prada, dove i più rimangono fuori col naso incollato alle vetrine e solo pochi entrano; la puoi trovare a Posillipo, via Orazio, via Nevio, dove lo splendido panorama unito alle splendide ville, sembra davvero “spazzar via ogni dolore”.1 Questa Napoli c’è anche a via Toledo, dove le generazioni si tramandano lo struscio, la passeggiata domenicale fatta vestiti di tutto punto, alla “Io, mammeta e tu”. Questa è la Napoli dalla “r” moscia alla Totò, dal dialetto pulito e di stampo antico, quella snob che guarda dall’alto verso il basso e solo in rare occasioni. La Napoli da evasione fiscale. C’è tanto di questa Napoli anche a Milano, Roma, Firenze…e non dite che non è vero.

Rovescio della medaglia, la Napoli oscura. Il suo buco nero è grande almeno quanto la sua bellezza. È un buco enorme. È la Napoli di Secondigliano, Scampia, Forcella e Sanità. Questi quartieri si conoscono molto bene, hanno fama, quelli di prima certo, non facevano notizia. La realtà è molto dura tra i vicoli di Forcella, il sole passa solo per pochi minuti al giorno, poi i suoi palazzi stretti la richiudono su sè stessa, la abbandonano, la isolano, la lasciano preda di sè. Per quelle strade ascolti musica neomelodica e motorini a tutte le ore, le mura sono decadenti, i volti sempre gli stessi. Prostitute, drogati e scugnizzi ogni mattina si danno il buon giorno, si sentono sicuri dicono, dove c’è la malavita la gente vive tranquilla. Solo qualche angelo ogni tanto cade giù, ma si tratta di fatalità, si raccontano. Secondigliano, Scampia…non c’è nulla da raccontare. Lì i vicoli di Forcella si fanno strade ben più larghe dove la gente sa che autobus prendere e a che ora farlo. Sono i centri da cui si irradia tutto il male della città, ma non sono certo gli unici. Questa Napoli è la meta preferita dai giornalisti; se si deve fare un’intervista è giusto farla dove si può speculare meglio: tra ignoranza, cattiveria e dolore. L’ignoranza la tramandano di padre in figlio, la cattiveria si acquisisce, il dolore è parte attiva della prima e della seconda. Di questa Napoli conoscete già.

Poi c’è la mia Napoli, e credetemi forse è la più dolorosa. È la Napoli degli studenti, delle famiglie oneste, che non evadono le tasse e non fanno gli scippi. È la Napoli di migliaia di giovani che si affollano la mattina nelle metropolitane, che parlano del futuro proprio e della città tra le mura delle università. Parlano ma solo tra loro, perchè a questi nessuno da mai ascolto, eppure urlano. È la Napoli della gente che crede ancora che si possa cambiare, che compra ancora la macchina nuova e si arrabbia quando vede che di Napoli si parla male, in modo sbagliato. I giovani vorrebbero studiare in università più attrezzate e moderne, vorrebbero avere opportunità di lavorare nella propria città e arricchire le sue casse ma inevitabilmente la devono abbandonare e contribuire alla crescita economia di qualche altra città, di qualche altro paese. È la Napoli che ha la furbizia, la creatività e la spensieratezza tipiche della città ma non le usa contro se stessa. E i suoi giovani non si drogano, non si ubriacano o si schiantano contro qualche muro, non uccidono nonne, padri, madri o fratelli, non abbandonano figli. Sognano.
È la Napoli che vive tra il bene e il male ogni giorno e non ha paura e non si sente sfortunata. Ed è molto, molto numerosa.

Ora basta speculare su Napoli. Vorrei che fossero i napoletani a parlare di Napoli, gli altri non sanno, non la capiscono.2

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